lunedì, 30 Novembre 2020
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Sulla rete di Autovie, due importanti ritrovamenti archeologici

Due importanti ritrovamenti archeologici durante i lavori sulla rete autostradale di Autovie Venete. Sulla A34, Villesse-Gorizia tra Farra e Savogna, nell’area archeologica del fiume Isonzo sono venuti alla luce i resti di un ponte romano, in parte già noto mentre sulla A4 Venezia-Trieste, nell’area del nodo di Portogruaro sono emersi alcuni resti archeologici risalenti, con buona probabilità, ai primi secoli dopo Cristo. Si tratta di un’imponente struttura composta da file di pali infissi verticalmente nel terreno alternati a tavole lignee disposte in orizzontale, e da un costipamento di mattoni e tegole alla base, che – secondo un primo esame condotto dalla direzione scientifica della Soprintendenza  – avrebbe avuto la funzione di difesa spondale, lungo un antico corso d’acqua non più esistente.

La via Aquileia-Emona

L’area, di grande interesse storico-archeologico, era da tempo al centro di ricerche e di campagne di scavo non estensive da parte degli studiosi: da qui, infatti, transitava in epoca romana la via Aquileia-Iulia Emona, l’attuale Lubiana, considerata la porta verso la Pannonia. In località Mainizza, presso Farra, sorgeva il ponte che permetteva di attraversare l’Isonzo nel suo tratto settentrionale, alla volta delle regioni orientali dell’impero; in sinistra idrografica il manufatto insisteva sul territorio oggi ricadente in comune di Savogna. Nel corso dei lavori lungo la Villesse-Gorizia una serie di interventi per la regolazione del flusso idrico nell’alveo dell’Isonzo, associati a un lungo periodo di scarse precipitazioni, ha messo in luce, nella primavera 2011, alcuni blocchi squadrati che sono stati georeferenziati e recuperati. Due di essi, di carattere funerario piuttosto che votivo, risultano lavorati: uno è decorato su due lati della fronte da un fregio con motivi floreali, l’altro presenta una cornice a delimitare lo specchio epigrafico, illeggibile a causa della prolungata permanenza in acqua. I restanti blocchi, non decorati, presentano fori per il fissaggio di grappe. La seconda scoperta è avvenuta nel cantiere di costruzione della terza corsia, durante la realizzazione di un bacino per la raccolta delle acque meteoriche, all’interno dello svincolo di Portogruaro, a ridosso della carreggiata in direzione Trieste.

L’indagine archeologica

Le indagini hanno verificato che la strutturazione, ampia più di 3 metri, si sviluppava con andamento Nord Est-Sud Ovest  per oltre 60 metri, proseguendo oltre i limiti del bacino di lagunaggio in lavorazione e suggerendo l’andamento dell’antico corso d’acqua di cui seguiva la sponda. L’indagine archeologica ha previsto anche l’esecuzione di sei carotaggi meccanici, spinti fino alla profondità di 20 metri, per l’acquisizione di maggiori informazioni sul contesto antico. 

La perizia di variante al progetto

L’imponenza dell’apprestamento e le sue ottimali condizioni conservative, garantite dalla giacitura in ambiente anaerobico, sotto la falda acquifera, hanno motivato la scelta di conservare il manufatto in tutta la sua estensione. Di concerto con la Soprintendenza, la Direzione Lavori di Autovie ha elaborato una perizia di variante al progetto, che ha modificato il profilo del bacino adeguandolo all’andamento della struttura: in questo modo, opportunamente protetti con stesura di geotessuto e uno strato di inerte, è stato possibile rinterrare i resti archeologici sotto la sponda dell’invaso, ripristinando le originarie condizioni di giacitura che ne hanno garantito la conservazione per quasi duemila anni. Inoltre, solo in corrispondenza del perimetro di bacino interessato dai reperti, lo stradello di manutenzione presenterà una diversa pigmentazione che potrà forse non sfuggire al guidatore curioso.

 

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